Progetto Gioia

GIO.I.A.

(Giovani In  Armonia)

un percorso di accoglienza per giovani e

 giovanissimi

 

parliamone insieme ogni mercoledì dalle ore 19,00 in poi

 

LA QUESTIONE GIOVANI

Il disagio giovanile, in cui i ragazzi di oggi si ritrovano, scaturisce dalla perdita di riferimenti, di prospettive e senso della vita. Si tratta di un malessere che non colpisce singolarmente, ma l’intera generazione, attribuendo così al problema un carattere culturale di massa e non psicologico del singolo; questa prospettiva apre la speranza alla possibilità di intervenire.

Goccia Sessa, nel proprio piccolo, intende contribuire a dipanare il mare di nebbia che soffoca i nostri giovani: occasioni di incontro, correlate a eventi, possono aiutare a riportare il dialogo maturo, l’approfondimento, la evocazione emozionale al loro giusto ruolo di costruttori di identità (elemento indispensabile per sottrarsi al mondo della omologazione); ma anche sollecitazioni a riscoprirsi, a rivalutare le proprie capacità all’interno di confronti costruttivi opportunamente predisposti.

Nella consapevolezza che nessun problema può essere affrontato in modo efficace senza la conoscenza della sua struttura, si riportano di seguito alcune note che aiutano a riflettere su ciò che opprime i nostri ragazzi.

Oggi, in un mondo governato dalla scienza e dalla tecnica, l’efficacia degli imperativi morali somiglia ” ai freni di una bicicletta applicati ad un jumbo”. La tecnica, che maggiormente attrae i giovani, non si propone e non propone alcun senso, è solo impegnata nel raggiungimento di risultati, ciò ha rappresentato un handicap per l’uomo occidentale, cresciuto nella convinzione che la vita è vivibile solo se inserita in un senso. La tecnica non dà senso, la tecnica funziona e basta; essa relativizza e relega sullo sfondo tutti i simboli e le immagini che l’uomo aveva fatto di sé per orientarsi nel mondo: i concetti di individuo, di libertà, di senso, di scopo, di natura, politica, etica, dovranno essere  rifondati in modo da svelarne l’eterna valenza.

L’uomo non è solo materia, ha una grande capacità, unica nel mondo vivente, quella di sfondare il muro invisibile che limita la sue possibilità d’essere e di agire, attraverso la ragione, il pensiero, l’anima. E’ questa la vera natura dell’uomo (in cui lo spirito ne è parte integrante), per cui l’esclusivo ricorso alla prassi, al fare, alla esperienza di vita vissuta, come avviene nella contemporaneità, diventa una forzatura, un andare contro la condizione umana, con tutte le conseguenze disastrose che ciò comporta.

PASSIONI TRISTI

La società odierna è pervasa da una profonda tristezza, risultato di una  crisi in atto dovuta alla insicurezza e alla precarietà, uniche offerte che oggi si trovano sul mercato della vita. La delusione derivante dalle mancate promesse del raggiungimento della felicità perenne attraverso la scienza e la tecnica; la delusione della politica, con i suoi grandi ideali, che ha perduto il suo fascino; il progresso, scientifico o sociologico, che non ha portato alla salvezza; il facile ricorso alla guerra, il terrorismo, le malattie, i disastri economici, quelli ambientali; tutto ciò ha trasformato il futuro speranza in futuro minaccia. E’ questa la sensazione che attanaglia le nuove generazioni, una “passione triste“, non per dolore, ma per un senso di impotenza, di disgregazione, di mancanza di senso, ossia di tutti quegli elementi tipici della civiltà occidentale. In tale contesto il presente appare come l’unico momento interessante da vivere, è in esso che si realizza la vita, data l’assenza di progetti.

EMOZIONI

La impossibilità di sviluppare un progetto realistico per il futuro priva di autorità i genitori, i quali, di conseguenza, instaurano un rapporto egualitario con figli, lasciandoli soli di fronte alle loro passioni, senza una guida. I giovani, infatti, soffrono di una sollecitazione emotiva enorme e uno spazio limitato di riflessione o di confronto (con i genitori). Bombardati in modo rapido da sollecitazioni, impressioni e sensazioni forti  (televisione o  video giochi), i ragazzi, per la loro età, non hanno il tempo di metabolizzare; fanno  troppa esperienza rispetto alle proprie capacità di assorbimento. Talvolta si parla di intelligenza precoce, di prontezza di riflessi, invece si tratta solo di un cortocircuito in atto. La sovrabbondanza di stimoli esterni, associata alla carenza di comunicazione,  sono tra le cause di quella indifferenza emotiva, caratteristica dei nostri tempi. Le emozioni, i cui centri sono allocati nella parte più antica del cervello (l’ippocampo),  sono controllate attraverso la razionalità. La conoscenza razionale e quella  emotiva, infatti, sono interconnesse, a garanzia di  una vita equilibrata e completa, l’una è indispensabile all’altra; rappresentano l’incontro tra l’interno e l’esterno,  tra il cuore e la mente. Questo collegamento viene strutturato e scolpito dalla esperienza maturata durante l’infanzia ma non può essere affidato al caso, il grado di rischio è molto elevato. Senza una giuda (che dovrebbe essere svolta dai genitori, i quali, per questo ruolo di educatori, non possono mai essere paritetici ai figli), senza una giusta sollecitazione emotiva, senza la adeguata temporalità, le connessioni tra razionalità e emotività possono saltare, producendo esplosioni emozionali, spesso anche violente.     

 L’assenza di una adeguata e regolare crescita della emotività, rende il sentimento atrofico, indifferente a quanto accade intorno. I giovani cercano sensazioni sempre più forti per elevarsi dalle sollecitazioni cui sono sottoposti continuamente (senza avere la facoltà di discernere ciò che assumono),  occorrerebbe una alfabetizzazione delle emozioni che la famiglia contemporanea non riesce a dare. I figli vanno “accompagnati” alla vita, così come l’uccello-mamma aiuta il piccolo ad imparare a volare; non vanno lasciati da soli, perchè non possono presentarsi al mondo senza una guida, una spiegazione di ciò che trovano, altrimenti si creano una rappresentazione propria,  che si infrange poi con una realtà ben diversa. Nelle case di una volta le cucine erano molto ampie, a conferma di un luogo in cui consumare non solo i pasti ma anche trascorrere del tempo insieme, nel parlare, nel raccontare le storie della vita (un vocabolario delle esperienze illustrato). L’insegnamento umanistico nella scuola dovrebbe sopperire all’assenza di queste opportunità; diventa inutile e pesante, infatti,  studiare Carducci o Leopardi senza far rilevare che in essi si ritrovano le esperienze emotive che hanno accompagnato la storia dell’uomo; in tal modo la scuola potrebbe impegnarsi nella “educazione alle emozioni” di cui i ragazzi hanno tanto bisogno.

La tempesta emozionale che accompagna gli adolescenti li induce a ricercare nuove sensazioni sempre più forti (come l’alcolista che giunge a bere l’amaro per avvertire qualche sapore, o il fumatore che ha bisogno di più pacchetti di sigarette per un minimo di soddisfazione); ciò spiega, tra l’altro, le guerriglie urbane o quelle allo stadio, dove la violenza latente in ognuno esplode nella mischia, nella moltitudine, allorquando ci si rende non identificabili, un modo per dare sfogo all’inquietudine.

Questi ragazzi sono stati abituati ad un mondo di oggetti, come la televisione, i giocattoli, i video giochi, mentre le relazioni umane sono state relegate lontano, ciò ha innescato una visione del modo fatta di strumenti in cui l’equazione è: natura/mondo=tecnologia=merce; tutto diventa strumentale anche la vita degli altri o la propria.

IDENTITA’

Nell’adolescente il dramma della identità sta nel non sapere  chi si è e la paura di non diventare ciò che si sogna (nell’adulto, invece, la paura sta solo nella paura di perdere ciò che si è). Le generazioni precedenti hanno avuto il tempo di costruirsi una identità, che trovava il suo sbocco nel lavoro che, pur se incerto, si proiettava possibile. La realizzabilità di un progetto aiutava la costruzione di una identità, cosa che attualmente diventa problematico dato la indeterminatezza del futuro. La identità (bisogno assoluto dell’uomo) si costruisce attraverso l’autostima (considerazione positiva di sé) e l’autoaccettazione (considerazione negativa, necessaria per affrontare gli eventi avversi della vita); questi due caratteri non nascono da soli ma devono essere aiutati a costruirsi, in famiglia e nella scuola, quest’ultima rappresenta il primo contatto con gli altri. Il successivo elemento è il riconoscimento, anch’esso indispensabile per l’identità, che si costruisce in tutti i luoghi: se manca nella famiglia o nella scuola, si cerca altrove, magari nella strada con le occasioni di riconoscimento che può offrire (sesso, droga, bullismo). La dimensione sociale, fuori dalla chiesa (com’era una volta), dall’impegno politico, dallo sport, ecc. si ritrova solo nella banda o la tribù (come la definisce una certa pubblicità, l’unica ad accorgersi dei giovani).

DROGHE

L’eroina fa ricadere chi la assume in un altro mondo, testimonianza del desiderio di estraniarsi da una realtà che non si accetta; la cocaina rappresenta, a certi livelli, una risposta alle richieste della società, l’essere, cioè, sempre efficienti, produrre risultati sempre migliori, avere capacità di sfornare nuove idee, nuovi progetti, essere brillanti in tutte le performance; l’extasi dà quella forza fisica che consente di stare in discoteca per molte ore e di superare la paura nei rapporti con gli altri. Per affrontare il problema occorrerebbe una nuova prospettiva; oggi, infatti, il drogato è visto più come tossico-dipendente, in cui il termine “dipendenza” è assunto come primario, dato che i rimedi (sia farmacologici, sia biografico-terapeutici)  tendono a interrompere la dipendenza, senza risalire alla fonte, al perchè. Una volta ripuliti i ricettori di droga, si pensa, la vittima riuscirà a reinserirsi in quella realtà da cui aveva cercato di fuggire (?); così come l’uscita dalla comunità, che ha aiutato l’abbandono del tunnel, potrebbe far riaffacciare il desiderio. Occorre, dunque, un nuovo approccio e, come c’è stata una cultura dell’alcool, per cui sempre meno gente beve in maniera spropositata, come c’è stata una cultura del tabacco, che ha ridotto drasticamente i fumatori accaniti, si invoca una cultura della droga, che, sin dalla scuola, fornisca le informazioni necessarie alla sua conoscenza, che se ne parli in modo analitico, scientifico ed anche filosofico, così che i giovani sappiano a cosa vanno incontro. Una cultura che tolga la droga dal segreto, facendo disperdere  quel fascino iniziatico che la rende spesso attraente e invitante.

OLTRE IL NICHILISMO

La giovinezza custodisce un suo segreto che, se scoperto, agevolerebbe l’oltrepassamento del nichilismo(inteso come totale assenza di riferimenti e punti fermi, che fa viaggiare a vista, senza meta e senza scopo)  . Il segreto ha diversi elementi costitutivi, innanzitutto la espansività, che è quella potenza che ti fà affrontare qualsiasi ostacolo con temerarietà; poi c’è la coralità giovanile, lo stare insieme, il sentirsi un gruppo, il riconoscimento da cui nasce la propria identità; la assenza, che non è svogliatezza, ma voglia di esplorare, è fantasia, immaginazione, che spinge i giovani verso universi alternativi alla realtà, una carica di creatività che, se opportunamente alimentata, produce effetti mirabolanti ( ne sono esempi le implementazioni della elettronica progettate da studenti americani) ; la sfida, per mettersi alla prova, per cercare qualcosa di diverso da ciò che stanno ereditando. Tutti questi elementi andrebbero valorizzati come opportunità, non solo per il futuro, ma per dare fiducia agli stessi giovani, non più visti come ibridi (non sono né bambini né adulti ), ma come protagonisti del proprio futuro.

Un invito alla riscoperta di se stessi. Un senso alla vita non basato sul desiderio (illimitato, senza tener conto della proprie possibilità), ma con riferimento all’arte di vivere, strutturata sul riconoscimento delle proprie capacità e nell’esplicarle secondo misura.

Gioiosa curiosità, dunque, che può approdare all’espansione della vita.

Gli stadi dello sviluppo psicosociale previsti da Erik Erikson

STADIO I

Dalla nascita a un anno

Fiducia vs sfiducia di base

Quando viene alla luce il bambino è alla completa mercè degli altri. Se la prima persona che si prende cura di lui  (in generale la madre ) è costante nel soddisfare i suoi bisogni fondamentali, il bambino apprende ad avere fiducia in quella persona; tale senso di fiducia verrà poi generalizzato, cioè esteso agli altri e a se stesso.

STADIO 2

Da 1 a 3 anni

Autonomia vs vergogna e dubbio

Acquisendo sempre una maggiore capacità di controllo volontario sulle proprie azioni, il bambino si forma una volontà sempre più forte, entrando così in conflitto con i genitori. Lo scontro di volontà può risolversi nella direzione dell’autonomia, se il bambino acquisisce una sensazione positiva delle proprie capacità di autocontrollo, o invece nella direzione definita “vergogna e dubbio”, se il bambino si forma la frustrante sensazione che qualunque cosa faccia è  inadeguata o sbagliata.

STADIO 3

Dai 3 ai 5 anni

Senso di iniziativa vs senso di colpa

Avendo acquisito il pieno controllo sulle proprie azioni, il bambino inizia a programmarle; ciò instaura una crisi che ha al centro la capacità di programmazione.

La soluzione positiva della crisi porta il bambino a sentirsi sicuro delle proprie capacità di iniziativa (ovvero, di programmare e intraprendere nuove azioni), mentre la soluzione negativa determina lo stabilirsi di un senso di colpa rispetto a progetti che concepisce e la sensazione di non essere in grado di guidare il proprio futuro.

STADIO 4

Dai 5 ai 12 anni

Industriosità vs inferiorità

Crescendo, il bambino è sempre più coinvolto in compiti come lo studio delle materie scolastiche, i lavoretti di casa e i giochi e gli interessi che sceglie autonomamente. A questo punto il bambino può esperire il piacere di portare a termine un lavoro, applicandosi con costanza e diligenza, il che promuove una sensazione della propria competenza, o industriosità. Se invece esperisce l’opposto, il bambino sviluppa un senso di inferiorità.

STADIO 5

Adolescenza

Identità vs confusione di ruoli

Man mano che il suo corpo si trasforma in senso adulto, il giovane si sforza di sviluppare una propria identità, ovvero di acquisire consapevolezza di chi è  e della direzione  che intende dare alla propria vita. La soluzione positiva di questa crisi porta ad una identità positiva (che implica la capacità di agire in modo utile per sé e per la società). In caso contrario, si ha confusione di ruoli (mancanza di una identità stabile ), oppure un’identità negativa ( per cui il giovane sviluppa comportamenti antisociali o autolesivi).

STADIO 6

Inizio età adulta

Intimità vs isolamento

L’inizio dell’età adulta è il periodo in cui la persona deve apprendere a condividere se stesso con un’altra persona. La soluzione positiva di questa crisi porta all’intimità, cioè alla capacità di stabilire stretti legami con altre persone e di mantenere gli impegni che essi comportano. La mancata soluzione può generare un profondo senso di isolamento, che perdura per tutta la vita anche se la persona si circonda continuamente di altri.

STADIO 7

Fase intermedia dell’età adulta

Generatività vs stagnazione

Durante questo stadio, il più lungo previsto da Erikson, copre l’arco di tempo tra i 25 ed i 65 anni, il prendersi cura degli altri, nella famiglia, sul lavoro o attraverso le amicizie, porta ad un senso di generatività, ovvero la sensazione di contribuire alla generazione futura. Chi non supera positivamente questa crisi cade in un senso di stagnazione, cioè di profonda noia e di mancanza di significato della propria vita.

STADIO 8

Dal termine dell’età adulta fino alla morte

Integrità vs disperazione

Coloro che risolvono positivamente le crisi precedenti ne traggono un senso di completezza, o d’integrità. La persona che ha raggiunto questo stadio sa guardare la vita con sguardo obiettivo e cogliere verità generali, e sa offrire consiglio alle persone che si trovano ad uno stadio precedente. Se le crisi degli stadi precedenti non hanno avuto soluzione positiva, può svilupparsi un sentimento di disperazione, ovvero di sconforto e di amarezza, dato dalla sensazione che la propria vita è stata incompleta e terminerà incompleta.

COMMENTO

La scala di Erikson rappresenta il percorso attraverso il quale si struttura la vita psicosociale di una persona, ovvero evidenzia quali elementi influenzano le caratteristiche  che, in futuro, assumeranno i rapporti con se stessi e con gli altri. 

E’ interessante rilevare come degli otto stadi cinque (ossia oltre la metà) si completano entro l’adolescenza, addirittura tre stadi si forgiamo nei primi 5 anni di vita. Ciò deve indurre a far riflettere sulla importanza dei rapporti tra genitori e figli, specialmente negli anni della preadolescenza. L’affetto, l’attenzione, il dialogo, ma anche i giochi in comune, le favole raccontate, l’esempio di un canone di vita, sono i mezzi attraverso i quali il bambino entra in contatto con la realtà delle cose e degli altri; a seconda della rappresentazione che riceve,  il fanciullo definisce la sua vita futura relativamente ai rapporti interni ed esterni.

Quanti effetti devastanti sulla psiche di un adolescente possono scaturire, dunque, dalla assenza di una guida, quanti disastri da una solitudine seppure apparentemente dorata (come la televisione, i videogiochi, gli oggetti griffati, ecc.). I genitori devono avere coscienza del loro essenziale compito, la natura in questo campo non prevede disattenzioni o deleghe, non è consentito forzarla se si vuole rimanere nei canoni della specie.